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L'Arteterapia
di Achille De Gregorio
(© 2004)
La natura multidisciplinare (artistica, psicologica e pedagogica) dell'Arteterapia inserisce l'arteterapeuta tra le diverse figure professionali coinvolte nei programmi di prevenzione e cura. L'Arteterapia contribuisce alla diagnosi, alla presa in carico e al trattamento del disagio psicologico e sociale. Gli interventi possono avere finalità preventive, riabilitative, terapeutiche o psicoterapeutiche e sono rivolti a differenti utenze: minori, anziani, disabili, psichiatrici, ammalati Aids, pazienti oncologici e cardiopatici, inoltre: nelle dipendenze, nelle condotte trasgressive, nei disturbi alimentari, nell'area benessere.
È una disciplina che, utilizzando le tecniche e la decodifica dell'arte grafico-plastica, ha l'obiettivo di ottenere dall'utente manufatti che racchiudono pensieri ed emozioni che, messi a fuoco nel percorso di Atelier, diventano simboli comunicabili.
(continua...)
Gli strumenti e i materiali, le procedure e la decodifica sono utilizzati e proposti come mezzi di negoziazione nella terapia. L'arteterapeuta ricorre ad una competenza specifica ed "altra", si fa maestro di un codice linguistico diversamente abile rispetto alla parola che rimane tradizionalmente alla base e di pertinenza di altre forme di terapia psicologica. Il prodotto artistico funge, così, da mediatore di relazione tra l’utente ed lo specialista, dà protezione e contenimento, e, pur rispettando i meccanismi di difesa, attiva risorse creative, emozioni da elaborare e capacità residue individuali. Compito dell'Arteterapeuta è accompagnare l'utente nella scoperta del "fare" artistico e nel sostenere con la verbalizzazione, in un setting adeguato, la consapevolezza di quanto espresso nella forma artistica. In particolare, nell’arteterapia dinamicamente orientata e che fa riferimento al modello polisegnico, l’attenzione non è rivolta all’interpretazione psicologica delle opere o all’addestramento artistico ma alla decodifica del linguaggio grafico-plastico come specchio delle vicende interne e relazionali dell’utente.
La messa in forma visiva e concreta rende condivisibili le immagini e, grazie alla strategia di base della terapia artistica, permette agli utenti di rendere riconoscibili desideri, traumi, aspirazioni, inquietudini e problemi che altrimenti rimarrebbero sopiti e non compresi. All'interno d'una protetta e concordata relazione d'aiuto, grazie a un percorso di cura individualizzato e tutelato, tramite segni, forme e materia, nasce il rinforzo, la possibilità si esprimere e quindi la gestibilità del malessere.
Fare Arteterapia in questa prospettiva significa collaborare con il paziente per costruire una gerarchia negli atti creativi esaminando soluzioni a problemi e tematiche. Affiancare immagini (rappresentazioni) a metodi artistici per correggere, inquadrare, capire, assecondare e trasformare rispettando le caratteristiche e le potenzialità del singolo utente. Quindi lo scopo dell'Arteterapia non è interessarsi al prodotto artistico in sé, scoprire talenti e facilitare esposizioni, ma avvicinarsi all'esperienza interiore che questo prodotto veicola. Il ricorso all'arte e ai rituali del fare creativo, da sempre specificità degli artisti, è proposto come codice condiviso che dà agli utenti la possibilità di un lavoro introspettivo e cognitivo in una relazione transferale consapevole.
(chiudi)
Arteterapia: aspetti espressivi, riabilitativi e terapeutici.
di Elena Giordano
(© 2003)
Voglio iniziare con una premessa: sono stata tentata di omettere la parola espressione, che è forse quella più usata ed abusata quando si parla di arte, perché troppo spesso sottilmente pervasa da una specie di retaggio romantico, che continua a vedere nell’arte una sorta di protesta individualistica, solitaria e grandiosa contro la società. In questo modo si sottovaluta quanto nell’arte è di costruzione, di organizzazione dell’opera, di ricerca, incontro e scontro con le tecniche e i materiali, di utilizzo di un codice (quello artistico) che ha proprie regole, in modo che i propri contenuti interni assumano forme condivisibili e comprensibili anche agli altri, diventando così veicolo di comunicazione e collegamento con la società , magari per interpretarne la sofferenza e il disagio.
(continua...)
Per di più mi sembrava che utilizzare parole quali “libertà di espressione”, possibilità di “evasione nella fantasia”, “affermazione di sé”, potessero risultare inappropriate e stridenti in un contesto la cui realtà è pesantemente presente a contrastare tutto ciò.
Mi si permetta una considerazione personale: la mia lunga pratica di questi anni prevalentemente con pazienti psichiatrici mi ha portato a sviluppare una analoga sensibilità: ci sono infatti mura interiori, mura della psiche altrettanto oppressive e invalicabili di quelle delle istituzioni, per cui può risultare illusorio e deludente proporre d’emblée una esperienza di “libertà”. Parlare di mura interiori mi porta direttamente a introdurre gli aspetti riabilitativo-terapeutici: le mura dei manicomi sono state smantellate, dal carcere si può uscire dopo un certo tempo o in libertà vigilata, ma come può l’individuo essere aiutato a modificare l’immagine negativa, svalutata (o talvolta illusioriamente onnipotente) che egli ha di se stesso?
Il semplice invito ad esprimersi “liberamente” non è certo sufficiente a superare i blocchi interiori, a tenere a bada la distruttività, l’appiattimento al ruolo (il “matto”, il “carcerato”) e dare quindi luogo a una produzione scadente, priva di investimento, che ribadisca l’autorappresentazione negativa, o viceversa a cose falsamente gradevoli, ma di una piacevolezza superficiale, di maniera, che nulla ha a che fare con l’intimo della persona o che addirittura tendono al “mascheramento” per paura che l’opera venga utilizzata per indagare dentro il suo autore (di nuovo una brutta parola in questo contesto!).
L’arteterapia ha progetti più ambiziosi, ponendosi non come un intrattenimento umanitario, e neppure come una riabilitazione di tipo lavorativo: vuole essere un aiuto a modificare i rapporti che la persona ha con se stessa e con gli altri, ma proprio per questo necessita di due condizioni fondamentali: un percorso nel tempo ed una relazione con l’arteterapeuta che possa guidare e dare un senso a questo percorso.
Garantire una relazione significa assicurare un genuino interesse per ciò che la persona ha da dire (in arteterapia per ciò che viene dipinto o modellato), creando le condizioni favorevoli a che il detto o il prodotto si sottragga alle stereotipie, alle ovvietà o ai mascheramenti; questo clima di fiducia naturalmente non può essere posto d’emblée, ma richiede un certo adattamento reciproco, per raggiungere il quale è necessario prevedere del tempo, e che sarà il primo tratto di un percorso che si svilupperà successivamente in varie tappe.
Assicurato questo clima, o per lo meno poste le premesse perché si possa avverare, (in termini tecnici potremmo dire “messo in piedi un setting”) come si può evolvere la situazione?. Si pone in essere una grande sfida, basata su una contraddizione, in cui risiede però tutta la forza e la terapeuticità dell’arteterapia: come se dicessi alla persona che ho davanti: “sono disposto a guardarti come sei, senza mascheramenti, nella tua negatività, sofferenza, svalutazione, ma nello stesso tempo ho fiducia che tu possa fare qualcosa di bello, accettabile e condivisibile con altri”
Perché questo avvenga ci sono naturalmente delle regole, delle regole da apprendere: l’uso dei materiali, l’impiego dei colori, l’organizzazione dello spazio grafico o lo sviluppo nelle tre dimensioni dei modellati, la conoscenza di come altri, nel passato e nel presente, si sono misurati con quella che può essere definita l’acquisizione di un codice espressivo.
Si tratta certo di misurarsi con la realtà, rappresentata in questo caso dai materiali non sempre docili e immediatamente malleabili a rappresentare le idee e le emozioni, con le rigidità o le incertezze del proprio gesto spesso così distanti dalla presunzione di potersi librare a piacere nel dar corpo alle proprie fantasie, si tratta insomma di conoscere e accettare le regole del fare artistico.
Ma queste regole sono intrinseche e ben più accettabili delle regole imposte dall’esterno dalla realtà rispetto alla quale ci si è posti ai margini, verso cui rappresentano un ponte levatoio: sono infatti regole che mirano prima di tutto alla soddisfazione dell’autore di fronte all’opera compiuta, in un contesto di relazione con gli altri.
Esse fanno sì che ad esempio si possano esprimere in semplici tracciati o in un certo uso di colori i sentimenti più difficilmente esprimibili (rabbia, cupezza, tensione...), facendone una “narrazione” ad altri (diverso è imbrattare un muro con rabbia, altra cosa è esprimere la stessa rabbia con una linea carica di dinamismo e con un intento estetico sulla tela); in questo secondo caso, rispettando le regole dell’arte, riesco a muovere sentimenti anche in chi guarderà l’opera, che avvertirà lo sforzo dell’autore di prendere una certa distanza da quanto comunque ha l’intenzione di narrare di sé, per potersi mettere in comunicazione empatica con gli altri.
Se questo processo si innesca avrà come primo risultato positivo quello di tenere a bada la distruttività col piacere della creazione, accettando delle regole non tanto in senso normativo, comportamentale, ma viste nel loro aspetto positivo di favorire, organizzare e rendere compiuto tale aspetto creativo, mirando alla soddisfazione personale in un contesto di relazione con gli altri.
E’ questo un aspetto più ricco e complesso della parola riabilitazione, cui di solito si annette il significato un pò riduttivo di accettazione, più o meno subita, del lavoro o delle regole sociali, di una realtà necessitante e imposta dall’esterno, mentre nel caso dell’arteterapia può diventare una rieducazione più profonda al piacere costruttivo e del rapporto con gli altri attraverso ciò che si fa.
Cosa ci assicura che l’aver prodotto qualcosa di bello ed accettabile abbia delle ripercussioni profonde sull’esecutore? Quello che in arteterapia si chiama il processo di identificazione dell’autore con l’oggetto creato, e che si pone in atto quando si sia creato un setting (cioè un clima emotivamente coinvolgente, con qualcuno che ci ascolti e ci inviti a deporre le stereotipie e le ovvietà).
Del resto, anche al di fuori del setting, questa possibile identificazioneè provata dal fatto che tutti noi, posti di fronte a un foglio bianco, proviamo una certa ansia, sentendo che quello che ci metteremo sopra sarà fortemente legato a noi e in qualche modo ci rappresenterà)....
Tale meccanismo di identificazione farà sì che, se nel corso del processo e con il sostegno della relazione terapeutica, la serie dei prodotti si è evoluta nel senso del bello e della soddisfazione del suo autore, attraverso l’apprendimento di un codice, di un linguaggio e l’accettazione di regole intrinseche al fare artistico, l’autore stesso non potrà non risentirne anche al suo interno, modificando in qualche modo l’immagine di sé: “anche da me può uscire qualcosa di buono... anch’io non sono poi così interamente negativo..., posso trovare un contatto con gli altri...”
L’esperienza fatta in questo caso riesce a toccare più profondamente l’intimo della persona, rispetto ad altre esperienze riabilitative per le quali può permanere una frattura, un distacco: “faccio queste cose perché me lo impongono o perché devo lavorare per guadagnare qualcosa, ma non mi riguardano da vicino, non mi toccano più di tanto....”
L’opera creata, proprio per il legame di identificazione stabilito col suo autore, non può essere lasciata cadere o allontanata da sé come un qualsivoglia altro manufatto e può a sua volta operare delle modificazioni positive dentro di lui.
Concepiti in questo modo gli aspetti riabilitativi già trapassano e sfumano in quelli terapeutici: si può auspicare che un processo di durata variabile e diversa per ciascuno giunga al suo più alto livello quando l’individuo, modificata la propria immagine svalorizzata, aperta una breccia nei propri muri interiori, rinforzata la relazione con l’arteterapeuta, possa permettersi di narrare di sè attingendo i temi e le emozioni più personali, anche magari le più negative (aggressività, paura, disperazione...), ma in una forma artistica; accettando cioè che divengano patrimonio comune e che, per la forza dell’estetica (cioè della tendenza al bello) possano attrarre anziché respingere lo sguardo degli altri.
Diversa è infatti la cronaca dalla narrazione: esporre i fatti bruti, vorrei dire vomitarli nella loro immediatezza, è un modo per allontanare gli altri da sé una volta di più; narrarli in una forma artistica, pur nella loro crudezza e sofferenza e carico di sentimenti negativi, è invece un primo tentativo di elaborarli: occorre cercare in qualche modo di organizzare il proprio pensiero, trovare delle forme adatte per poter fare un’opera compiuta, usare dei materiali e delle tecniche in maniera appropriata.
Tutto ciò comporta la necessità di una qualche presa di distanza, una prima forma di padroneggiamento, prima di tutto per sé e poi anche perché gli altri non ne siano respinti, ma possano trovare una qualche empatia, una qualche condivisione, possano almeno tollerare di guardare le opere e così facendo guardare i loro autori come persone ancora appartenenti al consorzio civile.
Se questo è possibile con la parola, col racconto e la scrittura, lo è ancor prima e di più con l’espressione figurativa, dove le linee e i colori possono cominciare a fornire una qualche struttura e a dare visibilità a certe emozioni o a certi contenuti, prima ancora che questi possano trovare la forma compiuta del discorso.
L’esperienza che qui viene presentata è certamente un inizio di percorso, che non ha avuto ancora modo di svilupparsi in tutta la sua ricchezza, ma mi è sembrato importante poterne delineare le possibili linee di evoluzione, certamente ben presenti in tutti quelli che così generosamente si sono lanciati in questo progetto.
Come ho cercato di dimostrare l’arteterapia richiede tempo, affinché si crei dapprima un rapporto di fiducia con l’arteterapeuta e un clima favorevole all’espressione artistica, si attui un qualche apprendimento preliminare del codice artistico, e si possa prima o poi giungere ad una “narrazione” (il che non significa necessariamente raccontare la propria storia, ma mostrare qualcosa di sé e della propria visione del mondo) in modo da ritrovar un canale di comunicazione effettiva, ed affettiva, con gli altri.
In questo modo si rende possibile un rimaneggiamento della propria immagine, tenendo a bada gli aspetti distruttivi e autosvalutativi attraverso l’identificazione con l’oggetto creato con intenzione estetica, facilitandone così l’aspetto di mediatore di comunicazione con gli altri.
(chiudi)
La relazione che cura.
di Valeria Gestivo
(© 2006)
L'evento creativo è un processo ove concorrono esperienze emotive, immagini inconsce, scelta cosciente e struttura logica. Il momento creativo è l'atto dell'esprimere, è un'emozione che viene alla luce. In questa dinamica relazione fra anima e corpo si crea lo spazio per la relazione terapeutica, riabilitativa ed educativa. Grazie al generalizzato aumento del tempo libero a disposizione, all'innalzarsi del livello della qualità di vita e ad uno sviluppo culturale generalizzato, si va sempre più diffondendo la consapevolezza dell'azione terapeutica insita nella possibilità di esprimere la propria soggettività psichica.
(continua...)'Arteterapia, infatti, almeno per quanto concerne l'area educativa, consiste nella ricerca del benessere psichico, fisico e sociale attraverso un percorso terapeutico che fa appello alla creatività e alla capacità di comunicazione, per ottenere un positivo sviluppo personale.
Non è il trattamento di una malattia, dunque, ma un processo che persegue l'obiettivo di "tras-formare" l'uomo per mezzo dell'arte (A. De Gregorio).
L'arteterapeuta deve saper accogliere, legittimare, amplificare i messaggi dell'altro con parole, disegni, proposte. Per farlo deve avere una sensibilità estetica capace di raccogliere non il bello o il gradevole allo sguardo, ma il comunicativo, il significativo.
L’arteterapeuta deve quindi avere un senso estetico diverso da quello classico: la sua lettura dell'opera è affidata alla relazione con il paziente, e l'uso dei materiali è più libero che tecnico.(A. De Gregorio)
L'arte, perchè'?
La grande arte, quella di artisti celebri di ogni campo e corrente (pittura,scultura, ma anche fotografia, video, pubblicità, ecc) è sicuramente portatrice di messaggi e di significati, riesce a far condividere emozioni fertili ad un pubblico sensibile e recettivo. Lo stesso fenomeno si riproduce in ognuno di noi, anche se artisti con la A maiuscola non siamo, nel momento in cui mettiamo in comunicazione il nostro mondo interiore con il mondo esterno.
Spesso non ce ne rendiamo conto oppure sottovalutiamo tale momento, eppure è una scintilla in qualche modo magica, un istante prezioso in cui la nostra creatività dà vita a un qualche cosa che parla per noi in un modo unico e solo nostro; l'immagine interna con l'azione creatrice diventa immagine esterna, visibile, si espone per essere condivisa, per comunicare una nostra intuizione, un colpo d'ala nell'affrontare un problema, una maniera speciale di fare, dire, o percepire la realtà.
Su cosa sia Arte si è detto, scritto e discusso molto ma ciò che interessa rispetto alle arti-terapie è un aspetto specifico di questo vastissimo argomento e cioè il momento o fenomeno creativo e le dinamiche che si pongono in atto quando il mondo emotivo, ma anche cognitivo, interno di ciascuno di noi trabocca, lievita, scorre con energia e talora con sofferenza, per farsi manifesto e tangibile al mondo esterno, all'altro da noi, all'ambiente.
Un Atelier d'arte-terapia
Lo studio di arteterapia è quindi un luogo che privilegia la creatività, un ritorno al gioco e all'infanzia. C'è qualcosa che però rende la stanza diversa da altri luoghi come i laboratori espressivi o gli atelier delle scuole a formazione artistica ed è la sua funzione, l'uso che ne viene fatto. Non è solo un posto ove giocare, esprimersi, sperimentare, ma è un setting terapeutico, ossia uno spazio e un tempo definito in cui tutto ciò che avviene ha un significato e viene utilizzato per facilitare l'autoconsapevolezza, lo sviluppo emotivo, e/o per curare. (A. De Gregorio)
Nell'arte-terapia gli utenti fanno, toccano, guardano, e già questo è molto importante. Inoltre creano con i loro disegni una storia che rimane, con la quale confrontarsi al momento e/o in seguito; un'immagine infatti non ha sempre lo stesso significato nel tempo nemmeno per chi la fa. "Ciò che conta, per l'arte-terapeuta, è capire se è possibile decifrare il significato del simbolo che appare nei quadri e nelle sculture dei pazienti. Non è invece necessario discuterlo con loro. Bisogna anzi comprendere l'importanza delle difese e rispettarle" (Wilson).
L'arte-terapia si propone infatti di lavorare sulla persona in senso olistico (cioè intesa come un insieme di corpo e psiche), integrandone le parti, e proprio per questo motivo gli arte-terapeuti devono loro per primi saper mettere in comunicazione parole e immagini, cosicché l'utente alla fine della terapia sarà stato aiutato a vedere le cose belle che ha prodotto come qualcosa di profondamente suo, di interiore, che è dunque uscito da lui e con cui può aprire la propria "finestra sul mondo".
L’arteterapia favorisce l'integrazione sociale attraverso la produzione di oggetti che permettano di valorizzare la diversità e permettere l'accesso ad una comunicazione sociale altrimenti impensabile. Quando si parla di arti terapie, la parola arte intende, non tanto la produzione artistica originale ed eccezionale, ma l'utilizzo di mezzi di espressione e di comunicazione differenti dal linguaggio verbale quotidiano, che sono propri del linguaggio analogico (non verbale).
La produzione artistica è vista come mediatore tra l'individuo e l'inconscio. Infatti, attraverso la regressione (controllata e temporanea) l'individuo riesce a far emergere i suoi bisogni pulsionali e a renderli fruibili con la raffigurazione, poiché il carattere della sua fantasticheria espressa direttamente potrebbe risultare perturbante. La Chassiguet-Smargell, non a caso, definisce l'arte, al pari del sogno, una via maestra dell'inconscio. Afferma, inoltre, che per formulare una corretta lettura dell'immagine bisogna integrare il contenuto con la forma, o meglio integrare lo studio dei contenuti inconsci con quello dell' io e delle realtà oggettuali, cioè con il modo di relazionarsi del soggetto con il mondo.
Attivare il processo creativo, offrendo all'individuo strumenti di espressione e di realizzazione plastica, significa incrementare le possibilità dell'individuo di accedere ai contenuti inconsci, alle modalità del pensiero di natura primaria e alle sue relazioni oggettuali, nel quadro di una maggiore integrazione dei vari piani del soggetto. Questo processo offre la possibilità di avvalersi delle immagini, delle metafore, delle somiglianze, delle rappresentazioni parziali, della verbalizzazione; inoltre attraverso determinate tecniche e metodiche, che hanno la funzione di porre in contatto soma e psiche, corpo e mente, permette di trasformare questo materiale in comunicazione, (cioè di conferirgli una potenzialità di condivisione collettiva delle emozioni, esperienza alla base del riconoscersi in una realtà sociale.)
Quindi l'arte, attraverso attività che implicano un particolare impegno sensoriale si configura come mezzo per "liberarsi" da disagi e angosce: arte come espressione di potenzialità e realtà umana, ma arte anche come strumento per comprendere, se non risolvere certe difficoltà.
Secondo lo psicologo L. Vygotski; la creatività è un momento integrante, assolutamente indispensabile del pensiero realistico, giacché la corretta conoscenza della realtà non è possibile senza un certo elemento d'immaginazione. L'attività creativa stimola, con l'immaginazione, la possibilità di nuove soluzioni di cambiamento.
Ciò che conta per le arti terapie, inoltre, è la relazione, quindi insegnare alle persone come diventare artisti è secondario, rispetto all'aiutarle a sviluppare delle capacità creative per migliorare l'immagine di sé e, di conseguenza, la loro qualità di vita.
Attraverso la strutturazione di un contesto ludico espressivo di forte carica emotiva e l'uso di strumenti analogici, le arti terapie prevedono interventi sul piano della riabilitazione corporea e sociale. All’interno di un atelier di arteterapia, infatti, la costruzione condivisa di oggetti riconosciuti dal gruppo aiuta a superare l'isolamento individuale, sviluppa nel singolo il sentimento di appartenenza, l'identità sociale.
Le arti terapie dunque operano affinché l'individuo non reprima le sue emozioni ma, attingendo alle proprie risorse (cognitive, mentali, psichiche), le moduli anche attraverso il piano verbale (che rappresenta un'ulteriore condivisione del piano emotivo) ed immaginativo, per poter rappresentare e narrare un piano interno emozionale.
L’attività artistica permette la rielaborazione, la compensazione e la comprensione della propria esperienza, delle emozioni, delle paure che sono espresse a livello fantastico e che sfruttano principalmente un codice simbolico.
Secondo Blos l’arteterapia di gruppo consente di discernere le proiezioni dai fatti oggettivi. Tutto ciò avviene nell’ambito circoscritto del gruppo, in cui i soggetti possono, in un ambiente protetto possono affrontare una serie di problematiche che in condizioni normali sarebbe difficile affrontare. Attraverso il gruppo e la realizzazione artistica si vuole offrire un contenitore sicuro per le loro emozioni, rivestendo ognuno un ruolo particolare all’interno delle relazioni.
Creando un contesto rassicurante e protetto all’interno di un atelier di arteterapia ognuno si sente libero di esprimersi e di gestire i propri vissuti, facendo dell’opera prodotta il fulcro della comunicazione di sé.
All’interno dell’atelier si offre l’opportunità di sperimentare il piacere manuale che il materiale artistico produce. L’atelier, infatti, favorisce la propria esperienza figurativa e lo sviluppo cognitivo ed affettivo, incrementa la creatività mettendo in gioco abilità diverse e nuove strategie d’azione.
Attraverso il gruppo in atelier inoltre di cerca di stimolare l’ autostima e l’autogratificazione per il prodotto creato, attivando e rinforzando sentimenti positivi ed aspetti soddisfacenti riferiti alla propria persona; all’interno di un clima empatico che permette ai pazienti l’integrazione all’interno del gruppo in un contesto non competitivo e senza aspettative di produzione.
I contenuti espressi nelle opere diventano così l’elemento centrale del lavoro di arteterapia.
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